ANNA KARENINA di Joe Wright. Un capolavoro di stile.

Adattare un romanzo è sempre un’operazione difficile, se poi il romanzo in questione è Anna Karenina di Lev Tolstoj l’operazione può dirsi ardua. Ma il regista Joe Wright, che non è nuovo a trasposizioni cinematografiche (Orgoglio e Pregiudizio dall’opera di Jane Austen e Espiazione dall’opera di Ian McEwan), su sceneggiatura di Tom Stoppard, fa centro con una rilettura del colosso di Tolstoj che ha del magico e del sperimentale.
Gli adattamenti cinematografici non rispondono a regole, se non a quelle regole che il pubblico individua nella familiarità di una storia che conosce bene. Ma qui ogni regola è disattesa e più che di adattamento, è possibile parlare di vera e propria rilettura poetica. Ogni scelta sembra essere stata fatta facendosi guidare dalla carica rappresentativa di cui ogni scena si faceva portatrice, al cui servizio intervengono trovate di stile di sottilissimo e raffinato gusto artistico.
La dimensione dello spazio perde i suoi confini predefiniti e ogni ambientazione trova il suo spazio in un teatro, che qui diventa metafora di vita e sinonimo di esibizione, riuscendo a trasporre fedelmente la teatralità dell’opera di Tolstoj. Le quinte rivelano spazi immensi, campi fioriti e strade innevate; il boccascena diventa la finestra attraverso cui affacciarsi alla realtà e per mezzo di cui le parole si fanno immagini; tutti i personaggi entrano ed escono di scena attraverso porte o dalle quinte e il limite tra finzione e realtà rimane sospeso in un’atmosfera onirica e surreale. Grande merito va alle scenografe Sarah Greenwood e Katie Spencer.
Anche il tempo corrisponde al tempo teatrale, in cui sono le luci di scena a cadenzare il trascorrere del giorno e della notte. Mentre le luci della ribalta assumono significati nuovi a servizio di questa narrazione cinematografica in cui piani diversi si intersecano.
Wright inoltra cura con maniacale attenzione la gestualità dei suoi personaggi che, coerenti alla metafora teatrale, assumono pose plastiche descrittive, non trascurando, peraltro la recitazione che si fa declamatoria nei passaggi di più forte pathos.  La platea si trasforma in una sala da ballo e il palco in una pista per corse di cavallo, e via via ogni personaggio è allo stesso tempo il pubblico, impegnato a recitare la propria parte e a giudicare quella degli altri. La metafora teatrale non si limita ad essere espressa solo attraverso la recitazione, la presenza di un palco e di quinte, ma si allunga persino nella scelta di portare nel film il balletto e, secondo un mio parere personalissimo, inserire un omaggio al Tanztheater di Pina Bausch. All’inizio del film, quando Anna e Vronskij ballano per la prima volta, non si può non notare la singolarità di una serie di movimenti che richiamano più ad una coreografia dalle movenze mimiche che ad un balletto romantico. La danza qui diventa il motore propulsore dell’azione e coopera a sostenere la teatralità che è il marchio di stile di questo adattamento singolare.
Anna Karenina di Wright ha poi, tra i suoi punti di maggiore forza, una carica espressiva e figurativa che è letteralmente affidata alla scelta di immobilizzare gli attori in veri e proprio tableau vivant, capaci non solo di conferire all’adattamento cinematografico uno stile surreale, ma anche funzionali alla (sembra) premeditata volontà di inserire nel film numerose citazioni pittoriche, da Monet a Caravaggio, passando per l’arte figurativa quattrocentesca, come nella scena che raffigura Anna, che con un braccio cinge la sua nipotina, seduta in una grande casa delle bambole in legno che a prima vista sembra un trittico,.
Anna Karenina è un film che esalta la forma e attraverso la forma modella un contenuto già noto. Ed è un’opera che si fa fatica a considerare solo cinematografica. La molteplicità dei linguaggi e di tecniche, messi qui al servizio del mezzo cinematografico, dimostrano come il confronto con un colosso della letteratura può passare, delle volte, attraverso lo sperimentalismo senza cadere nel grottesco e mostrare riverenza senza restare imbrigliato nel pregiudizio.
Siamo nel 1874. Anna è la moglie di un autorevole funzionario governativo e ricopre una posizione di alto rango. Anna si reca a Mosca in soccorso del fratello Oblonskij per rimediare ai tradimenti di lui intercedendo presso sua moglie Dolly. In viaggio conosce la contessa Vronskij e attraverso lei conosce suo figlio, l’affascinante ufficiale Aleksej. Fra di loro scoppia subito una scintilla che li porterà a vivere una travolgente storia d’amore.
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