The Crown. Serie Netflix. Tanto di corona.

tumblr_og8dlhuvgt1r8iw09o1_r2_1280Ebbene, anche io non potevo che dire la mia sull’ultimo capolavoro trasmesso da Netflix, The Crown, la serie in dieci puntate firmata Peter Morgan che, a quanto si vocifera, è costata 10mln di sterline aggiudicandosi il primato come serie più costosa di tutti i tempi.

Questa prima stagione, lungi dal voler condensare tutta la storia della Corona inglese e nell’economia narrativa del progetto più ampio (e già apertamente dichiarato) di volerne fare un seguito, racconta le vicende della Corona inglese dal 1947, anno del matrimonio tra la principessa Elisabetta e Filippo di Edimburgo, fino al 1956, anno dello scoppio della crisi di Suez.

L’autore Peter Morgan, già avezzo a firmare drammi, per così dire, “regali” (v. The QueenL’altra donna del re) locandinae il regista Stephen Daldry (Billy Elliot, The Hours) rappresentano un’accoppiata vincente per questa serie che ha preso tante stelline di gradimento a casa mia, sicuramente moltissime nelle case di tanti italiani, ma che non sono sicura sia stata accolta allo stesso modo, o perlomeno con lo stesso esaltato entusiasmo in UK. Diciamocelo, sono di parte. Questa serie trasuda England da tutti i pori e a modo suo osa, con uno sguardo indiscreto, volutamente umanizzante, una cronaca ‘dissacrante’ dei reali inglesi. Qui la regina Elisabetta è Lilibet, la figlia dell’ultimo re di Inghilterra, all’improvviso catapultata dalla sua (freschissima) vita matrimoniale sul trono inglese, a capo di una nazione importante guidata da uomini e da grandi uomini, come il Primo Ministro Winston Churcill.

La cronaca storica in questa serie non fa mai il vocione ma resta l’ovvio panorama in cui si muove una famiglia alle prese con i doveri imposti dal proprio rango e le necessità, i desideri di persone normalissime. Nonostante ciò, le vicende storiche in cui i personaggi via via si caratterizzano sono, a mio parere, superbamente raccontate da una regia che, tra le altre cose, sembra abbia trovato, per la fotografia, il viraggio ‘british’. I colori, le atmosfere e le ambientazioni suggeriscono un lavoro che non poteva che essere da meno con a capo Stephen Daldry. Le sequenze relative al Grande Smog del 1952, quando una densissima nebbia coprì il cielo inglese provocando moltissimi disagi e numerosi morti, sono un quadro di fotografia eccezionale, con le atmosfere fumose (per l’appunto) e velate del panorama urbano londinese, sfruttando un po’ anche quel fascino “foggy” che é il segno retorico del mondo british.

La scelta degli interpreti è di tutto rispetto, considerata anche la difficoltà di proporre al pubblico (e sovrapporre) facce che ricalchino il più possibile quelle dei reali inglesi, stranote al mondo intero.

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Claire Foy, nei panni di Elizabeth, è credibilissima. Interessante anche l’interpretazione di Matt Smith nei panni del principe Filippo. Appropriatissima la scelta di Jared Harris, che di suo vanta un curriculum di tutto rispetto, per re Giorgio VI. Meraviglioso l’americano John Lithgow nel difficile ruolo di Winston Churcill, un personaggio che meriterebbe una serie a sè.

Confesso che questa serie mi ha suscitato moltissime emozioni e solleticato altri gusti ‘intellettuali’ (mi è venuta voglia di leggere un altro libro di Jonathan Coe, per esempio), ma un pensiero è stato costante durante tutta la visione: l’immagine dell’ormai ottantenne regina Elisabetta, seduta in poltrona, a guardarsi la serie su Netflix.

La corona inglese ha, in perfetto stile monarchico, dichiarato che non sarebbero stati rilasciate dichiarazioni in base all’accoglienza favorevole o meno della serie a palazzo. Bene, non c’è da meravigliarsi. Sembra di sentire la regina madre, la nonna di Elisabetta, che nei dialoghi, consigliando la nipote neo regina, le dice che la cosa più importante, come regina, è tenere la bocca chiusa, invitandola a non esprimere nessun tipo di commento personale per aderire alla grandezza e alla superiorità del ruolo, la sacralità della posizione, il gigantesco peso della sua funzione. E in fondo è questo che la famiglia reale ha deciso di fare anche con la serie di Peter Morgan: non parlare per non suscitare commenti ai commenti. Very british!

Da parte sua l’autore ha dichiarato di non voler essere associato al palazzo (quello regale, per intenderci) e di non aver usufruito di nessun tipo di consigliere in merito ai fatti narrati. Tutto è frutto delle sue ricerche e la corona non ha avuto parte in nulla.

A quanto pare però ci sarebbero delle imprecisazioni che la pedanteria purista degli scovatori di errori nelle ricostruzioni per la televisione denunciano come numerose.

Non starò qui ad elencarle. Mi basta che questa serie mi abbia buttato addosso questo piacevole velo british, che apprezzo tanto, e mi abbia presentato una regina Elisabetta che, per quello che ricordo io, era già anziana quando sono nata ma che ora ha un sapore tutto nuovo.

 

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