Recensione di Joy (2016)

Jennifer Lawrence nei panni della mamma americana alla ricerca di riscatto

joy-poster-large.jpgE’ uscito negli Stati Uniti a Natale e il 28 gennaio nelle sale italiane. È l’ultimo film di David O.Russell, l’atteso Joy sulle peripezie dell’italoamericana Joy Mangano, imprenditrice e inventrice del Miracle Mop, un mocio prodigioso in grado di strizzarsi da solo.

Il regista, che si era avvalso della verve cinemtografica di Jennifer Lawrence popolare più che mai dopo la saga di Hunger Games anche nel precedente American Hustle, è tornato al cinema con una trama che trasuda american life.

Alle prese con una famiglia disgregata, figlia di divorziati e divorziata lei stessa, Joy fatica ogni giorno per essere madre, nonché lavoratrice, e ancora figlia premurosa di una madre ossessivamente legata al filo di un televisore perennemente acceso.

Senza mai sfumare il clima critico di una società in cui è difficile tenersi un lavoro e riuscire ad arrivare a fine mese, David O. Russell fa gravitare l’intero progetto cinematografico attorno alla protagonista che è il fuoco verso cui convergono le azioni, le vicende, gli interventi di tutti gli altri personaggi, allo scopo preciso di rinsaldare l’immagine di forza e determinazione, cifra distintiva di Joy Mangano.

La storia di disperazione e riscatto, che portano il personaggio ad attraversare un climax emotivo e personale anche abbastanza prevedibile, non ha nulla di diverso dalle centinaia di film che ripetono la retorica della rivincita.

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Jennifer Lawrence, abbinata ad un cast fortissimo (Robert De Niro, Bradley Cooper, Isabella Rossellini, Edgar Ramirez) e in parte non nuovo nelle mani di David O. Russell, riesce da parte sua a calamitare il coinvolgimento emotivo del pubblico verso sé stessa grazie anche se vogliamo al paradigma forza-determinazione-successo già vincente nelle più note e popolari interpretazioni dell’attrice (una su tutte Catniss Everdeen).

Nonostante l’inclusione di parte di una telenovela come una sorta di prologo del film, che dichiaratamente esaurisce nel suo stesso inserimento l’intento critico del regista, il film non presenta nulla di originale e particolarmente interessante se non per un unico particolare, l’impianto quasi teatrale sottolineato dagli ambienti girevoli degli studi televisivi in cui Joy Mangano deve vendere il suo prodotto, e sé stessa.

Peraltro limitatamente a parte della storia che però ben presto si perde nel semplice sussegguirsi della narrazione, in modo lineare e anche abbastanza piatto.

Sarebbe potuto essere un dramma dalle tinte satiriche e dai toni surreali, invece è finito per essere un biopic con la camera incastrata in primo piano su Jennifer Lawrence.

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