Recensione di La Pensione Eva di Andrea Camilleri

Il mio battesimo camilleriano al di là di Montalbano

la-pensione-eva1Ci sono scrittori che inevitabilmente finiscono nella propria personale lista di letture rimandate. Tutti ne abbiamo una.

Che poi restano rimandate all’infinito per una sorta di autoinganno e per ragioni che sul momento ci appaiono ragionevolissime.

In cima alla mia lista, il grande rimandato è Andrea Camilleri.

C’è sempre stato un libro che fremeva con più convinzione per essere letto e non ho potuto deluderlo.

C’è sempre stato anche un odioso (lo ammetto ora) senso di rifiuto nei confronti di uno scrittore figuratomi da tutti come un must. E per un difetto di innata opposizione, io i cosiddetti must li rimando, o li cancello dalla mia lista di cose da fare. Diventano in automatico not must. Il mio grande NOT MUST è Dan Brown. A seguire Murakami, al quale sto, per una sfida tra book addicted, per dare una possibilità. Ma torniamo a Camilleri.

È finalmente uscito dalla mia lista di “non ancora letti” e lo ha fatto con La Pensione Eva pubblicato da Arnoldo Mondadori nel 2006.

Ambientato a Vigata, in Sicilia, tra la fine degli anni 30 e la fine del secondo conflitto mondiale, sullo sfondo campeggia sempre, e man mano che si procede sempre più consistentemente, il suono della guerra. È un po’ la colonna sonora del libro, con le sirene , gli areoplani, e le bombe che distruggono ogni cosa.

Questo è un romanzo di formazione al centro del quale si trova Nené (nome con il quale lo stesso Andrea Camilleri era apostrofato da ragazzo) alle prese con la scoperta di sé stesso e della sessualità, ma al centro del quale ancora di più sta la Pensione Eva, oasi di piaceri nel mezzo della bruttura della povertà e della guerra, porto di scoperte per Nené e i suoi amici. La Pensione Eva è la contraddizione letterale alle timoratissime mogli che si concedono una sola volta al mese, al buio e con la sottana sollevata quanto basta.

“Era questo che voleva dire diventare omo? Questa domanda del sangue che faceva duluri tanto era forti, tanto era prepotente?” (p.34)

Ma è di più di questo: è crocevia di vite che, nell’economia del racconto di Camilleri, costituiscono storie a sé stanti, pezzi di puzzle che compongono un quadro di memorie.

Le donne di vita qui rappresentano la schiavitù alla povertà, la speranza, la fede, l’amore che non guarda in faccia a nessuna guerra ma soprattutto la vita.

Questo è un romanzo di forti contrasti che gode del descrittivismo più che della trama sempre frammentata nei singoli personaggi.

A tal proposito Nené appare, nel suo essere collante, ancor di più l’alter ego del narratore, il rievocatore preso in prestito nell’immaginazione, a dispetto della nota che lo stesso Camilleri inserisce al termine del romanzo:

«Quanto scritto intende essere semplicemente una vacanza narrativa che mi sono voluto pigliare nell’imminenza degli ottanta anni (…) Desidero avvertire che il racconto non è autobiografico, anche se ho prestato al mio protagonista il diminutivo col quale mi chiamavano i miei famigliari e i miei amici. È autentico il contesto. E la pensione Eva è veramente esistita…».

Uno spazio suo merita la lingua in cui il romanzo è scritto: un siciliano che io non ho avuto nessuna difficoltà a comprendere e che ha reso la lettura di questo romanzo stranamente familiare.

Per essere stato il mio battesimo nel mondo camilleriano, è stata un’esperienza totalizzante, complici i toni e la colloquialità del dialetto, in grado di restituire la dimensione umana, emotiva e propriamente terrena della storia raccontata.

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