Recensione di Emmaus di Alessandro Baricco.

7117617Di Alessandro Baricco ho letto più di un romanzo, non mi posso considerare una fan – ci sono altri scrittori italiani che preferisco a Baricco, come Stefano Benni per esempio – ma lo considero un autore che si lascia leggere. Anche per questo, dopo una serie di letture lunghe e appassionate, ho deciso di leggere il suo romanzo Emmaus, edito nel 2009 da Feltrinelli. Ed è stata in effetti una lettura velocissima. Il romanzo conta di poco più di 100 pagine e mi ha tenuta impegnata, senza troppo coinvolgimento, per una mezza giornata scarsa.

Iniziamo dal titolo. Lo scrittore torinese lo ha preso in prestito dall’episodio evangelico dei due discepoli in cammino lungo la strada di Emmaus incapaci di riconoscere il Redentore fino al momento in cui egli spezza il pane.

Da qui Baricco, attraverso una storia semplice e a tratti eccessivamente retorica, disegna un parallelo tra la cecità dei discepoli e la cecità dei suoi giovani protagonisti ovattati nella normalità borghese di una vita vissuta nelle righe di una educazione cattolica da manuale.
Nell’incipit infatti leggiamo:

“Abbiamo tutti sedici, diciasette anni – ma senza saperlo veramente, è l’unica età che possiamo immaginare: a stento sappiamo il passato. Siamo molto normali, è un’inclinazione che abbiamo ereditato nel sangue. Per generazioni le nostre famiglie hanno lavorato a limare la vita fino a toglierle ogni evidenza – qualsiasi asperità che potesse segnalarci all’occhio lontano. Col tempo hanno finito per avere una certa competenza nel ramo, maestri di invisibilità (…). “

E poco più avanti:

“Nel corredo della normalità d’ordinanza è dato, irrinunciabile, il fatto che siamo cattolici credenti. “

Protagonisti sono il narratore, di cui non conosciamo il nome, e i suoi tre amici il Santo, Bobby e Luca, ragazzi di 17/18 anni che vivono i disagi di un’adolescenza a metà strada tra la scoperta di se stessi e l’adesione al mondo borghese e ben pensante da cui provengono.
Rovescio della medaglia, Andre, una coetanea sensuale appartenente al circolo degli “altri”, come vengono definiti i ricchi, gli opposti, che sconvolgerà le esistenze dei quattro ragazzi per sempre.

“(Andre) che viene da un mondo senza cautele, in cui l’umana avventura non corre a ridosso della normalità, ma sbanda larga, fino a lambire ogni parola lontana, per quanto acuminata sia – e prima fra tutte quella che dice il morire.”

In questo libro la trama è pressocchè inesistente e la storia si delinea man mano in una narrazione scarna e dispersiva, affidata alla voce di un narratore che, se per certi versi è l’adolescente del racconto stesso, per altri è l’adulto che ricorda la sua esperienza da adolescente.
Baricco ha più volte dichiarato di aver voluto, con Emmaus, riportare su pagina le atmosfere della sua adolescenza, in un tentativo semi-autobiografico che attinge alle vicende di adolescenti qualunque di una Torino degli anni 70 o 80, città che però nel romanzo non viene mai citata. Nonostante ciò la vena biografica, così come l’ambientazione scompaiono a favore di un sovraccarico di idee che vanno oltre la scoperta di una verità altra rispetta a quella in cui si è allevati..

Vero tema del romanzo è una sorta di ingenuità adolescenziale che fa i conti con la scoperta di un mondo al di là del perbenistico circolo chiuso del volontariato, casa e chiesa. La contrapposizione netta tra normalità e non-normalità, religioso e laico è spesso ridondante riportando il tessuto narrativo ad un eterno punto di partenza a scapito dell’evoluzione della storia, che pur c’è, ma che alla fine appare per essere abbastanza scontata.
Il narratore continua a descrivere il proprio habitat come una palude, reiterando il concetto dell’inconsapevolezza che rimanda all’episodio evangelico attorno a cui gira l’idea di tutto il romanzo. Il non sapere, il non poter sapere. Una sorta di appello all’ingenuità, ad una non colpevolezza, ad una beata ignoranza, alla mediocrità ereditaria.

“Così, senza saperlo, ereditiamo l’incapacità verso la tragedia, e la predestinazione alla forza minore del dramma: perché nelle nostre case non si accetta la realtà del male, e questo rinvia all’infinito qualsiasi sviluppo tragico innescando l’onda lunga di un dramma misurato e permanente-la palude in cui siamo cresciuti. È un habitat assurdo, fatto di dolore represso e quotidiane censure. Ma noi non possiamo accorgerci di quanto sia assurdo perché come rettili di palude conosciamo solo quel mondo, e la palude per noi è la normalità.”

E’ tutto un noi e un loro che pone in campo due schieramenti di idee, due geografie dell’anima troppo severamente contrapposte per risultare credibili.
A questo punto ormai la semplicità di quello che poteva sembrare una riflessione sull’adolescenza si perde in una rigidità che non riconosco possibile.
La fede cattolica e la dogmatica e fiduciosa osservanza di un’idea, che a dire del narratore, è inculcata dalla nascita, si fa sempre più spazio procedendo nella lettura, la quale porta sempre più il segno di un narratore adulto che di un adolescente confuso.

“Cuori piccoli -li nutriamo di grandi illusioni, e al termine del processo camminiamo come discepoli a Emmaus, ciechi, al fianco di amici e amori che non riconosciamo -fidandoci di un Dio che non sa più di se stesso. Per questo conosciamo l’avvio delle cose e poi ne riceviamo la fine, mancando sempre il loro cuore. Siamo aurora ma epilogo – perenne scoperta tardiva.”

Mi sembra un po’ troppo! Così come mi sembra troppo il rimarcare continuo la giustezza assoluta della fede come faro di una vita retta. “E’ il nostro incubo. In ogni momento del nostro cammino sappiamo che qualcosa può succedere, affine a un’eclissi totale – perdere la fede. Quanto i preti ci possono insegnare, a proposito di questa eventalità, è comprensibile solo risalendo all’esperienza dei primi apostoli.” E cosi via dicendo in un’apologia della fede, ripetitiva e pretenziosamente posta come ago della bilancia tra salvezza e perdizione.

Baricco ha dato prove meravigliose altrove, sebbene sia stato tacciato generalmente di una retorica eccessiva, ma con Emmaus, a mio parere, ha completamente sbagliato il tiro.

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