Vikings vs Il Trono di spade: un confronto che non regge

La serie Vikings tra accuse di imprecisione storica e pretese di perfezione inattesa

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Avevo intenzione di recensire la seconda stagione di Vikings che rappresenta uno schiaffo morale agli appassionati di serie tv-GameofThrones non plus ultra che avevano massacrato la produzione sulla base chi del pilot chi dell’inappropriato paragone tra questo e altri serial di indubbia fama popolare ma prima sento il dovere di aprire una parentesi a proposito del confronto, ripetutofino alla noia dal 99 per cento dei critici, non critici, appassionati, serial dipendenti , tra Vikings e Il Trono di Spade.
Tanto per cominciare le due serie nascono da presupposti completamente differenti.
Vikings nasce dalla penna di Michael Hirst che scrive la serie ex novo sulla base di un’idea che trova supporto solo nell’analisi delle cronache storiche e leggendarie inerenti la civiltà vichinga.
Il trono di spade è la trasposizione di una saga letteraria che ha impegnato George R. Martin per decenni. Il colossale lavoro di Martin ha rappresentato – e continuerebbe a farlo se solo Martin decidesse di vincere questo blocco dello scrittore e far uscire i successivi due capitoli della saga – una vera e propria rivoluzione nella letteratura di genere. Con Il trono di spade siamo nel campo del fantasy, ma non troppo, con innesti storici a beneficio di un genere – se vogliamo definirlo così – tutto nuovo. La serie tv nasce da un progetto già esistente, collaudato e dal successo conclamato.
Vikings invece è pienamente nel campo del genere storico. Non esiste progetto preliminare se non la stessa idea di Hirst e le fonti storiche più o meno vaghe.

Non c’è dunque sostanza in questo confronto che avvalla un altro errore frequente nelle critiche mosse a questa serie: l’imprecisione storica dei fatti.
Come ho letto da qualche parte, Vikings non è un documentario e proprio per questo non può assumersi l’obiettivo primario di verificare l’esattezza, la precisione e la credibilità di fatti storici che sono, tra le altre cose, ancora oggi sottoposti all’analisi degli storici delle civiltà antiche.
La civiltà vichinga affidava la memoria storica al racconto orale mezzo privilegiato per la diffusione e la consegna ai posteri dei fatti salienti e dei valori morali e spirituali della propria civiltà.
Detto questo vien da sè che l’esattezza non può esserne avantaggiata sia riguardo ai fatti, molti dei quali a metà strada tra storia e leggenda, sia nella rappresentazione estetica dei suddetti vichinghi, quelli di Hirst intendo.
Pur non essendo una esperta di civiltà antiche nè tantomeno profonda conoscitrice della civiltà vichinga, c’è solo una cosa che personalmente mi disturba e che credo che Hirst avrebbe potuto spingere meno e per questo curare un poco di più ed è la caratterizzazione fisica delle donne, soprattutto quelle che occupano i posti più alti nella scala gerarchica di quelle microsocietà. Le prime donne vichinghe, le guerriere, le shield-maiden -come sono definite – si contraddistinguono per una impeccabilità estetica – e mi riferisco a trucco e parrucco – che presumibilmente non contraddistinse le vere guerriere vichinghe. Ora, è risaputo che la storia del make up è antichissima quanto il mondo e sappiamo che antesignane matite e eyeliner erano utilizzate nelle più antichissime società in nome di una cura personale ed estetica che coinvolgeva gli uomini quanto le donne quindi, a ben vedere, forse la scelta di abbellire le bellezze vichinghe con cotanta precisione dev’essere, nelle intenzioni registiche, funzionale alla caratterizzazione della figura della donna vichinga lungi, contrariamente a quanto si possa pensare, dall’essere il margine della società relegata al fornello e alla culla. Ma su questo bisognerebbe scrivere un post a parte.

La supposta mancata adesione della serie Vikings alla verità storica dunque non regge sia perché, come si sa, non tutta la storia del mondo gode di fonti documentali certe, sia perché la civiltà a cui Hirst ha voluto dedicare un serial è profondamente impregnata di credenze mitologiche, religiose e magiche che coinvolgevano tutti gli aspetti della vita quotidiana, credenze che nell’economia della narrazione per immagini possono trovare una realizzazione solo attraverso dinamiche pseudo-fantasy.
Però non tutto quello che non è tangibile è categorizzabile nel fantasy tanto da spingere alcuni a definire Vikings appunto una serie fantasy in salsa storica.

Per chi non si fosse preso la briga di documentarsi in merito imputando a Michael Hirst eventuali imprecisioni storiche e scelte arbitrarie, la produzione di Vikings si è avvalsa di un archeologo, nonchè studioso e scrittore che aveva già collaborato con Hirst per precedenti produzioni. Il suo nome è Justin Pollard e qui una sua intervista in merito al lavoro svolto per Vikings.

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