Vikings. Serie tv. Recensione seconda stagione

1360242724958_vikings_1920x960_Overlay_590_295Come c’era da aspettarsi, la seconda stagione di Vikings, che fa un salto di circa 4 anni rispetto alla prima (potete leggere qui la mia recensione), ha riservato non poche sorprese innescando quello scossone narrativo che per certi versi sembrava essere assente nella prima stagione, la quale ha però avuto il merito di introdurre lo spettatore nelle atmosfere di quella antica civiltà e di inquadrare i personaggi, solidificando le loro caratterizzazioni e cominciando a tessere la trama di ambizioni e intrighi che costituiscono la spina dorsale del racconto.

In questa seconda stagione vedrete ancora Ragnar Lothbroke e l’intero villaggio di Kattegat alla ricerca di un’autonomia d’azione e una volontà di potenza che ha sempre a che fare con la convinzione di una predestinazione di grandezza sancita dagli dei.
Nella nuova evoluzione degli eventi, i personaggi acquistano maggiore spessore alle prese con decisioni da prendere, ruoli da rispettare, sete di vendetta non senza una buona dose di vita familiare e evoluzione personale.

C’è molto più sangue in questo secondo capitolo della serie che, come il primo, è cadenzato da battaglie corpo a corpo per la rivendicazione di un territorio ma anche da contrattazioni “diplomatiche” alla ricerca di tregue sempre sul filo del rasoio.
Unica minuscola critica personale, la scelta incostante di accentuare la crudeltà di alcune scene come quella del “blood eagle”, indicibile e violentissima pratica di condanna a morte eseguita in casi specialissimi, e attenuare la violenza nelle scene di battaglia, comunque rappresentate molto bene ma troppo tese talvolta ad una veloce visione d’insieme. Da qui un ritmo che sale e scende allo stesso tempo del patos.

Aspetto molto positivo di questa seconda stagione la modalità della narrazione che si pregia del calibrato equilibrio tra immagini e dialoghi i quali collaborano alla tessitura di una trama che intriga lo spettatore al punto di chiedersi se ognuno dei personaggi sia davvero chi dice di essere.

Interessante la rappresentazione più approfondita delle donne, donne importanti che giocano un ruolo determinante nelle vite dei propri compagni, di vita e di battaglia. Lagertha, Aslaug, Siggy, ma anche Helga e Porunn, tutte intervengono, a loro modo, nella definizione di un ritratto che sottolinea la profonda apertura sociale della civiltà vichinga, nonché una modernissima capacità di azione tutta femminile. Questo è un altro dei grandi pregi di questa serie, ingiustamente bistrattata. Se da un lato si definisce per scelte talvolta obbligate concernenti l’attendibilità storica dei fatti, dall’altro restituisce la verità e il fascino di una civiltà molto antica che pur si contraddistingueva per complessità e genuino spessore rispetto alla spesso gretta e cattolicissima Inghilterra di quei tempi.
Il confronto tra popoli vichinghi e regni britannici si fa, nella seconda stagione, sempre più serrato e la sceneggiatura lascia più spazio alla caratterizzazione dei personaggi, i re del regno di Nortumbria, del Wessex o di Marcia, con cui i norreni entrano in contatto, lasciando trasparire le contraddizioni e le insensatezze di quella “civilissima” e moderna Inghilterra che i vichinghi ambivano di depredare e conquistare.

Vikings resta in pieno una buona serie di genere storico, assolutamente diversa dal popolarissimo Trono di spade che in molti chiamano a termine di paragone (ne parlo nel post Vikings vs Il Trono di spade: un confronto che non regge), piuttosto simile invece, per intenti e dinamiche ad un’altra bellissima serie, Spartacus, che come Vikings è una finestra aperta su un particolare e definito periodo storico e non il frutto di un pretenzioso progetto storico-documentario.

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