Wild di Jean-Marc Vallée. Recensione

“Ci ho messo anni per essere la donna che mia madre voleva.

Ci sono voluti quattro anni, sette mesi e due giorni… senza di lei, dopo essermi persa nella selva del mio dolore ho ritrovato la strada per uscirne. 

Sarò eternamente grata per tutto ciò che quel viaggio mi ha insegnato e per tutto ciò che ancora non potevo sapere.”

Wild2014PosterRecensire un film come Wild non è facilissimo e pone al rischio di cadere nell’ovvia attestazione del già visto, ma a mio parere, contrariamente a quanto scritto altrove, Wild merita una menzione particolare per la carica emotiva e comunque sempre equilibrata che porta con sè.

Con la sceneggiatura di Nick Hornby e Firmato Jean Marc Vallée, regista del recente Dallas Buyer Club, Wild è la trasposizione cinematografica dell’omonimo libro di memorie di Cheryl Strayed pubblicato da Knopf nel 2012.

La trama: Wild racconta la storia vera della giovane Cheryl Strayed che, dopo il naufragio del suo matrimonio, la morte della madre e i numerosi traumi dovuti ad un’infanzia difficile, è completamente sconvolta e alla disperata ricerca di se stessa. Decisa a dare un nuovo senso alla sua vita, Cheryl intraprende un lungo e solitario viaggio di 1.600 km attraverso gli Stati Uniti d’America dal confine del Messico al Canada dove affronterà le bellezze ma anche i pericoli della natura più selvaggia e incontaminata del Pacific Crest Trail.

Wild, dopo Into the wild di Sean Penn, sembra rimarcare una tendenza, sempre meno di nicchia, alla trasposizione cinematografica di narrazioni biografiche di viaggio dove a prevalere è la comunione uomo-natura. Versione al femminile del lavoro di Sean Penn, il film di Vallée, con protagonista Reese Whiterspoon, aggiunge qualcosa in più al binomio ricerca-viaggio che rieccheggia il più recente Tracks (film del 2013 diretto da John Curran).
Anche lì, come qui, protagonista una donna alle prese con un viaggio che diventa sinonimo di sfida intesa come catarsi e ritorno a se stessi. Centrale e mai accessorio è il passato della protagonista che fa capolino continuamente attraverso una narrazione analettica funzionale alla progressione del film su un doppio binario: passato-presente, involuzione-evoluzione. La protagonista, alle prese con le continue difficoltà della sua impresa, in un soliloquio dell’anima, rivive con la memoria i nodi più strazianti della sua esistenza e si confronta con se stessa liberandosi del dolore attraverso questa sua battaglia personale con la natura.

Cheryl Strayed durante il suo viaggio

Cheryl Strayed durante il suo viaggio

I meravigliosi paesaggi della Pacific Crest Trail sono posti in contrasto con la figura piccola e minuta dell’attrice scelta da Vallée per questo ruolo, Reese Whiterspoon, la quale risulta credibile e nella recitazione e nella resa profonda del personaggio. Cheryl non è un’avventuriera nata, non è preparata e non conosce le insidie che la aspettano. È una ragazza qualunque che decide di sfidare se stessa quasi allo scopo di dimostrarsi una forza che sente di non avere più.

La fotografia non lascia spazio a critiche poggiando la sua carica espressiva sui naturali paesaggi americani capaci di parlare da sè.

Per alcuni brevissimi tratti, Wild si lascia andare ad una melensa raffigurazione dell’io interiore della portaginista senza però rovinare la resa generale che è molto buona e che comunque dà credito alle pagine del libro da cui è tratto.
Calibrare la carica emotiva di una storia attraverso il mezzo cinematografico comporta delle scelte che alcune volte passano attraverso la sottrazione e la rinuncia ma altre attraverso la somma di piccoli e apparentemente insignificanti fotogrammi capaci però di scavare meglio un sentimento. Non per questo Wild risulta troppo sentimentale.

Interessante l’uso delle musiche che diventano un filo rosso tra passato e presente, compagne di viaggio e colonna sonora di vita così come l’utilizzo di particolari citazioni che Cheryl annota nei quaderni di viaggio conservati nei punti di sosta per i viaggiatori della PCT affinchè possano annotare il loro passaggio.

Qui sta la difficoltà di recensire un film biografico che non nasce da zero dalla penna di uno sceneggiatore ma che è un adattamento di una narrazione chiara e dettagliata come il libro della Strayed, che è fonte e non spunto per la trasposizione cinematografica.

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