Magic in the Moonlight di Woody Allen. Recensione

“Il mondo può o non può essere senza scopo, ma non è sprovvisto di un qualche tipo di magia.”

MagicintheMoonlightChe Magic in the Moonlight sia firmato Woody Allen è chiarissimo dal primissimo secondo in cui i titoli iniziali scorrono sul sottofondo di un motivo jazz, uno di quelli che siamo abituati a collegare al geniale regista.

Con Magic in the Moonlight si ritorna nel fantastico “paradiso” anni 30 di Allen, farcito di magia e di quell’amore romantico, anche un po’ positivamente retorico, che trova la sua sublimazione nello stile ormai collaudato del regista.

La trama: Siamo nell’anno 1928. Un prestigiatore inglese, Stenley Crawford (interpretato da Colin Firth) si esibisce nei teatri di tutto il mondo vestito da uomo orientale e facendosi chiamare Wei Ling Soo. Ogni volta, alla fine di ogni suo spettacolo, riesce a lasciare il proprio pubblico a bocca aperta. I suoi trucchi sono inimitabili e la sua fama lo precede. Dopo una performance a Berlino a Stanley, gentiluomo cinico e perennemente in conflitto col mondo degli spiriti, viene fatta una proposta che non può di certo rifiutare: smascherare una giovane ragazza, tale Sophie Baker (Emma Stone) la quale si ritrova impegnata a circuire una ricchissima famiglia americana in vacanza sulla riviera francese della Costa Azzurra, facendosi passare come medium dai poteri straordinari.

DSCF9550.RAF

colin-firth-in-magic-in-the-moonlight-movie-3Gli elementi tipici della narrazione Alleniana non sono disattesi in questo plot semplice e lineare che si regge sull’opposizione tra razionalità e magia. I personaggi sembrano portare il marchio, nemmeno troppo celato, del regista che ha fatto dei dialoghi nevrotici e un poco disordinati quasi un marchio di fabbrica.

Sebbene l’atmosfera magica rieccheggi vagamente Midnight in Paris, con questa pellicola ci troviamo di fronte ad un’altra delle trovate alla Woody Allen capace di restituire al pubblico il lavorio ininterrotto della sua fantasia registica, senza annoiare pur rimarcando gli elementi di stile a cui siamo abbondantemente abituati.
Punto di forza e motore espressivo è la scelta del periodo storico, appunto gli anni 30, che consente al regista di lavorare sulla caratterizzazione dei personaggi facendone la vera attrazione con le loro personalità un po’ bizzarre in un’epoca in cui quasi tutto sembrava possibile.

Il totem magico attorno a cui ruota Magic in the Moonlight è l’amore, lo stesso amore raccontato dal regista in decine di altri film che nel corso degli anni ci hanno assuefatto a questa alleniana poetica dell’amore che lo rende imprescindibile da una buona dose di imprevisti ma soprattutto dall’elemento della magia. È la commedia pura che con il genio di Allen ha fatto e continua a fare storia nel cinema contemporaneo.

La scelta di Colin Firth è perfetta in questo ruolo in cui il contrasto tra seria razionalizzazione del mondo e abbandono romantico alla sua magia ne rappresentano la chiave. Emma Stone da parte sua rivela una capacità istrionica notevole.

Una stellina d’oro ai costumi firmati Sonia Grande (designer in Midnight in Paris, The Others, vicky Cristina Barcellona, Mare dentro, Manolete) che non lasciano nulla al caso creando la magia di far rivivere in maniera più che credibile un’epoca così lontana. Ma daltrone sappiamo bene quanto Allen sia un cultore degli anni 30 e non potevamo aspettarci di meno.

Magic in the Moonlight forse non è il capolavoro di Woody Allen ma è sicuramente l’ennesima e comunque nuova coniugazione del suo ego nostalgico, innegabilmente romantico e un po’ nevrotico. Non sconvolge le aspettative e soddisfa i palati abituati ad aspettare la consueta e annuale uscita di Allen nelle sale cinematografiche.

Magic in the Moonlight forse non è il capolavoro di Woody Allen ma è sicuramente l’ennesima e comunque nuova coniugazione del suo ego nostalgico, innegabilmente romantico e un po’ nevrotico. Non sconvolge le aspettative e soddisfa i palati abituati ad aspettare la consueta e annuale uscita di Allen nelle sale cinematografiche.

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